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Caro Arrigo, per me faresti meglio ad occuparti dei parroci che fanno scappare i fedeli della parrocchia facendo notare che loro sono i padroni e comandano loro (Ma la chiesa, intesa come edificio, non è dei parrocchiani?) e la Chiesa non sono tutti i fedeli o solo il parroco? Almeno questo è ciò che mi è stato insegnato durante i numerosi anni di catechismo
Secondo me, Caro Monsignor Arrigo, dovresti avere uno sguardo un po' più critico nei confronti dei parroci che fanno scappare i fedeli perchè "La chiesa (N.B.: in quanto edificio di culto) è casa mia e decido io" (parole testuali di un parroco di Cagliari durante una riunione per la organizzazione della Messa di prima Comunione)
Caro Gianni, solo una precisazione, perché già alcuni mi accusano di cose di cui io ero interessato o in qualche modo protagonista, come in questo caso, e non si sono mai preoccupati di parlarne con me, meglio a quanto pare supporre complotti che supporre fraternità senza aggettivi sacri. Allora, il vangelo in sardo, noi sappiamo bene, no è stato letto subito dopo l'italiano. Anche questo era previsto: nelle condizioni doveva essere letto all'inizio dell'omelia. Solo che io vi ho lasciato sedere, come d'abitudine, ho fatto una premessa dicendo che "per uno strappo" ci veniva concesso di leggere il vangelo in sardo al momento dell'omelia. Ho anche detto che questo faceva pare della nostra tradizione: basta avere pratica con le omelie conservate nei nostri archivi, che cominciano sempre con la citazione latina e la traduzione in sardo di una frase evangelica. Ottime traduzioni del resto. Ricordo bene le espressioni del Can. Marras senior di Oristano. Ebbene, ho anche detto che per fare le cose che si fanno sempre non abbiamo bisogno di permessi o beneplaciti, pena di assomigliare a quel personaggio di Le Petit Prince che aspettava il momento giusto per comandare al sole di tramontare. E il sole ubbidiente tramontava. E noi ubbidienti abbiamo fatto quello che i nostri antichi facevano, Solo che date le circostanze, vi ho invitato ad alzarvi di nuovo in piedi, perché la nostra lingua, sempre, ma soprattutto quando esprime anch'essa non solo con pari diritto di tutte le altre, ma apportando sfumature sue proprie, ecco soprattutto in quel momento la nostra lingua aspetta di essere onorata. E nosu onorada dh'eus. A faci a istedhu chi no est istedhu coment'e is àterus, poita si bit in Betlemmi, ma in Gerusalemmi no, non dhu bint. Aici apu nau chistionendi de s'evangéliu e pentzu de non essi andau fora 'e làcana ( "fuori tema", po icussus chi funt imparendi su sadru...).
Antonio Pinna,
che ha guidato i canti e tenuto l'omelia in San Lorenzo,
dandone copia per ricordo ai presenti, in un foglio che conteneva l'antico canto "Celesti tesoru",
insieme al Salmo responsoriale composto dal nostro noto e apprezzato compositore Vittorio Montis, Salmo che secondo le indicazioni abbiamo cantato con il solo ritornello al momento liturgico suo proprio, ma che poi ci siamo gustati più a lungo al momento della comunione. Aggiungo, che a parte questi aspetti che tu dici, abbiamo pregato in santa pace e in spirito familiare. Del resto alcune testimonianze espresse da alcuni presenti sempre on line lo testimoniano in abbondanza.